Drìo la stéla
a traversar al fosso grando
anno:
2000

Con:
Teresa Barattin
Simone Carnielli
Paola Perin


regia:
Carlo De Poi

Presentazione:

Nel labirinto oscuro di una “mina de carvao” (miniera di carbone) Nanetto Pipetta, il mitico personaggio, uscito dalla penna di Don Aquiles Bernardi, è solo e spaventato.

Due spiriti dapprima orribili e terrorizzanti, streghe uscite dai meandri della miniera, gli si rivelano invece come Teresa e Isabella, sue simpatiche e bizzarre bisnonne.

Esse gli indicheranno la via per uscire a riveder le stelle ma ... solo se ascolterà la loro storia, la storia del loro viaggio in Brasile...Nanetto, dapprima diffidente, accetta e ...la storia comincia.... forse anche il teatro è una “mina de carvao”...

L’11 novembre 1879 cinquanta famiglie vittoriesi si imbarcano a Genova per le Americhe; si va oltre oceano, “se traversa el fosso grando”; si lascia tutto: affetti, amicizie, colori ed odori della proprio terra. Verso un futuro che non si conosce ma che offre una speranza. Prima di partire hanno guardato il cielo; forse una stella ha indicato loro la direzione.

Dopo oltre quaranta giorni di viaggio, la vigilia di Natale, arrivano ad Urussanga, la terra promessa; come tanti poveri Cristi, come giaciglio hanno paglia e fieno.

Ma non ci sono angeli ad annunciare la loro venuta; solo dei funzionari brasiliani, che, preoccupati per la troppo alta concentrazione di contadini italiani in Urussanga, li costringono ad addentrarsi per altri 25 chilometri nella foresta.

Verrà loro data un’ascia e un consiglio: “arrangiatevi”.

E loro, loro che sono solo contadini, che non possiedono quasi nulla, i rifiutati, perché “pericolosi”, perché “emigranti”, perché “poveri”, perché “diversi”; loro saranno i tre re magi.

Quella stella adesso si è fermata; brilla più lucente in quel cielo differente.

Nel mezzo della foresta irta di pericoli e insidie, in un territorio ostile e sconosciuto dove la vita è una scommessa, nel giorno dell’Epifania, il 6 gennaio 1880, costruiranno le prime capanne di rami, foglie e terra, da cui sorgerà la città di Criciuma.

Pochi anni dopo in quelle terre scopriranno l’oro nero: il carbone.

Criciuma diverrà uno dei più importanti centri minerari del Brasile.

Qualche nota di regia

Parlando il dialetto dell’alto trevigiano, utlizzando pochi elementi scenici per lasciare spazio alla forza evocativa e simbolica dell’azione teatrale, sull’onda delle melodie di vecchi motivi popolari, gli attori ripercorrono le tappe del “viajo in Merica”, a “traversar el fosso grando” (l’Oceano): le misere condizioni di vita nell'Italia di fine ottocento, la sofferta decisione di partire, il viaggio, le peripezie dell'arrivo in America, il viaggio all’interno della foresta, la fortuita e fortunata scoperta del carbone.

I momenti tragici si alternano a quelli comici e lirici in una narrazione essenziale che porta ad un epilogo che non può non sorprendere lo spettatore.

La rappresentazione, che si basa su fatti realmente accaduti, è costruita con un linguaggio a volte fiabesco a volte realistico, adatto sia ad un pubblico giovanile che adulto.

Postfazione

E’ da tempo che con i nostri spettacoli cerchiamo di raccontare fatti e storie di personaggi “minori” della nostra terra. L’obiettivo è quello di raccontare una storia “altra”, spesso differente da quella che si ritrova sui libri. Una storia “di parte”; vista dalla parte delle popolazioni che l’hanno subita; la storia dei “vinti”. Non solo per cercare le nostre “radici”, ma soprattutto per capire cosa ci è successo, cosa ci sta succedendo, verso dove stiamo andando.

Con un dubbio: che ancora oggi, la via che la nostra gente, oggi economicamente ricca, sta percorrendo, ci stia portando ad una sconfitta storica, a nuove povertà forse più gravi di quelle del passato: solitudini, sfruttamento, incapacità di relazioni.

Durante la ricerca che abbiamo condotto per conoscere e capire il fenomeno della grande emigrazione italiana di fine ottocento ci hanno impressionato profondamente le immagini delle navi cariche di italiani che partivano verso le Americhe nella speranza

di una vita degna di essere vissuta.

Ebbene quelle navi erano incredibilmente simili a quelle che oggi trasportano gli “extracomunitari”, i “clandestini” sulle coste italiane.

A fine ottocento erano state definite le “navi di Lazzaro”, le “navi della morte”; il loro carico “tonnellata umana”.

Assieme a quelle immagini a colpirci erano le frasi, i commenti, i discorsi di molta gente comune; e poi alcune posizioni politiche, gli slogans sui manifesti, in Italia, oggi.

In essi molto spesso non c’era nemmeno pietà, nessun senso di comprensione: quegli uomini e quelle donne quei bambini, spesso disperati, affamati, erano solo “invasori”, “clandestini”, “delinquenti”.

Si era scordato che fino a trent’anni fa eravamo noi italiani ad emigrare; che eravamo noi ad essere considerati, dalle popolazioni dei paesi che ci accoglievano, poveri, sporchi, ladri, malati; l’ultima categoria umana.

“Drìo la stela” è nato anche per non dimenticare.