fila, fila filandéra


anno:
2013

Con:
Bizzai Giacomo Antonella Bolzonello
Stefania Mazzocut

Testo e regia:
Carlo De Poi

Presentazione:

Un omaggio Lo spettacolo vuole essere un omaggio al perduto mondo della filanda, inferno-paradiso per le tante donne, che ci lavorarono. La filanda, infatti, se da un lato rappresentò, per le classi più povere, la possibilità di avere un  contributo economico, piccolo ma fondamentale per la sopravvivenza;  dall'altro significò, per le donne, una vita passata nell'umido, con le mani nell'acqua bollente, nel puzzo dei “bigat”, in condizioni spesso umilianti...


La trama Siamo alla fine degli anni '40 del secolo scorso. A Judita e Merita, due “filandère” di un'imprecisata filanda dell'alto Trevigiano, il “paron” Angelino dà un nuovo incarico: allestire il museo della filanda... Un museo? E perché? Il fatto è che, spiega “el paronzhin” alle nostre protagoniste, sta avvenendo un “passaggio epocale” ed il museo serve a preservare le “orme del passato”. Saranno Merita  e  Judita, testimoni viventi, ad illustrare ai futuri visitatori del museo come si svolge il lavoro nell'opificio. Ad aiutarle nel compito arriverà un monaco, a sua volta particolare... Solo che...

Il tema e i linguaggi All'interno di una scenografia essenziale, se non surreale, in forma ironica, a volte addirittura grottesca, ma allo stesso tempo tenera e drammatica, lo spettacolo racconta della chiusura di una filanda dell'Alto Trevigiano.
Quello della filanda è un mondo che, verso la fine degli anni quaranta, comincia a scricchiolare: prendono sopravvento le fibre sintetiche e la seta viene prodotta a costi inferiori in altre parti del mondo; in meno di vent'anni si spegnerà definitivamente. La storia messa in scena è di pura fantasia ed i personaggi assolutamente inventati, ma i riferimenti storici e sociali sono sostanzialmente corretti. Nel testo vengono usati l'italiano e le parlate dei paesi dell'alto trevigiano,  spesso così vicine e allo stesso tempo diverse.


Il contesto Lo spettacolo nasce da una ricerca stimolata dalla Coop Fenderl, che attualmente gestisce il Museo del Baco da Seta di Vittorio Veneto(*), al fine di dare un contributo alla conoscenza ed alla valorizzazione del Museo stesso quale luogo della memoria. La ricerca, durata circa un anno, si è sviluppata ed ampliata anche grazie alla attiva e prolungata collaborazione con lo SPI CGIL di Vittorio Veneto che, nel marzo 2013, ha tra l'altro organizzato il Convegno “Filandère e Tessère” sul tessile a Vittorio Veneto, con la presenza di numerose ex lavoratrici.

 

Estratto dalla scheda critica sullo spettacolo

“Fila Fila Filandèra”

realizzata da Franco Demaestri

F e d e r a z i o n e    I t a l i a n a    T e a t r o    A m a t o r i

COMITATO PROVINCIALE DI TREVISO

in occasione della rappresentazione

effettuata il 29 settembre 2013 presso il Teatro Da Ponte a Vittorio Veneto

GIUDIZIO ARTISTICO GLOBALE:

Il Collettivo di Ricerca Teatrale ha un nome che sa di origini molto lontane e certo non deve essere di primo pelo, ma aver superato più di una prova per maturare la padronanza scenica e la capacità di linguaggio teatrale che mostra in questa messa in scena.

Lo spettacolo documenta la sofferta trasformazione sociale del dopoguerra veneto e viene raccontato con tre personaggi che nelle loro dinamiche pare rimandino alle figure classiche del mondo clownesco.

Ne è venuta fuori una rappresentazione che ha saputo unire drammaticità e comicità fuse in una dimensione quasi astratta  dove la realtà raccontata emerge con più forza e durezza di quanto ne avrebbe ottenuto una interpretazione naturalistica.

Una compagnia che sa fare teatro e che ha messo in scena uno  spettacolo, che meriterebbe di essere diffuso perché non c’è nulla di peggio , per una società , della perdita della propria memoria.

 

OSSERVAZIONI SULLA REGIA, SUL TESTO E SULLA MESSA IN SCENA:

Il teatro e la realtà sono due cose diverse.

Lo sa bene Carlo De Pol che alle prese con un materiale documentario su di uno spaccato di storia della realtà sociale veneta in trasformazione ha saputo distillarne l’essenza distribuendola in un racconto teatrale che sa unire la forza e il coinvolgimento di avvenimenti ,anche drammatici,  agli aspetti minimalistici, confidenziali e umani dei protagonisti traendone spesso aspetti umoristici se non addirittura comici.

Ed un piacevole re-incontro questo con il teatro documento il quale, pur avendo illustri padri (L’istruttoria, Sul caso Oppenheimer, Festa grande di aprile, solo per citarne alcuni) spesso ha avuto figli scadenti che si accontentavano di sciorinare fatti e misfatti su di un palcoscenico per spacciarli per teatro.

Qui al contrario è il teatro che la fa da padrone e racconta i fatti (veri)    facendo pensare, riflettere, indignare e pure divertire utilizzando la sintassi della scena che sa rendere la finzione della verità più vera della  realtà della verità.

Tre attori (tutti bravissimi, puntuali nei ritmi e nei movimenti) sono bastati a raccontare la storia di questo sconvolgimento epocale che avvenne nel veneto tra la fine del dopoguerra e gli anni sessanta.  Tre attori sono bastati per raccontare le drammatiche condizioni di vita e gli incidenti delle lavoratrici tessili di quegli anni. Tre attori sono bastati a raccontare i difficili rapporti con le “autorità” che nell’invenzione teatrale diventano un solo personaggio che sa assumere aspetti diversi.

Una messa in scena essenziale con una scenografia   che diventa essa stessa elemento del racconto.

Nel complesso uno spettacolo che mostra come il teatro sappia ancor oggi dispiegare tutta la sua forza di coinvolgimento, di comunicazione e di fascino.