Don Galera
un parroco nel '900
anno:
2000

Con:

Giacomo Bizzai
Simone Carnielli
Stefania Mazzocut
Adriano Segat
Monica Stella



regia:
Carlo De Poi

Presentazione:

Don Galera è il nome partigiano di Monsignor Giuseppe Faè, una figura particolare e significativa della Chiesa di base trevigiana nel Novecento.

Dal 1922 Direttore de L'Azione, il settimanale della Diocesi di Ceneda, Don Giuseppe Faè, dopo aver subito, assieme ad altre personalità politiche e religiose vittoriesi, l'oltraggio dei fascisti, viene "esiliato" nel 1926 a Montaner, piccolo paese delle Prealpi Trevigiane, alle falde del Cansiglio.

Qui, formidabile catalizzatore delle energie della sua comunità, è parroco fino alla morte, nel 1966. Nel 1944, assieme alla sorella Giovanna, è arrestato, processato e condannato a morte dai nazisti; da questo evento nasce il nome partigiano "Don Galera". Don Giuseppe si salverà grazie all'intervento delle autorità ecclesiastiche. Giovanna, figura esemplare di donna, morirà invece in un campo di sterminio nazista.La morte di Monsignor Faè darà origine ad un conflitto, tra la gente di Montaner e il Vescovo di Vittorio Veneto, per la nomina del nuovo parroco; conflitto che, dopo scontri anche con le forze di polizia, porterà alla spaccatura del paese. Ancor oggi di fronte alla Chiesa Cattolica ce n'è un'altra: Ortodossa.

Qualche nota di regia

La rappresentazione si sviluppa sostanzialmente in tre momenti: nel primo si racconta del "rivoluzionario" arrivo di Don Giuseppe nella redazione de l'Azione; nel secondo del suo incontro e dei suoi rapporti con Montaner, una comunità "antica" nel linguaggio e nei modi di vivere, alle prese con i gravi problemi economici e sociali determinati dal fascismo e dalla guerra; nel terzo, della Resistenza, dove Don Giuseppe continua ad essere fondamentale punto di riferimento umano, sociale, ed anche politico, per il suo paese.

L'epilogo è dedicato alla sua profonda crisi di uomo, prete ma soprattutto uomo, che continua a portare addosso il peso della morte della sorella; morte di cui si sente responsabile, forse per il solo fatto di essere sopravvissuto. Ma anche per la consapevolezza che il mondo, e la sua comunità, stanno ineluttabilmente cambiando.

La rappresentazione, in gran parte in dialetto dell'alto trevigiano - intervallata, in italiano, dalla narrazione degli attori - racconta la storia delle nostre comunità rurali nel periodo che va dal primo al secondo dopoguerra. Una storia volutamente letta schierandoci dalla parte delle popolazioni, che spesso hanno subito gli eventi senza riuscire ad affrontarli e a superarli. Non a caso i testi del "nostro" Don Galera e dei suoi interlocutori sono "rubati" dalle testimonianze orali raccolte e dai documenti scritti ritrovati (gli editoriali de L'Azione dal 1922 al 1926 e le lettere agli emigranti di Monsignor Faè).

Nelle scene convivono comico e tragico, dato che riteniamo essi siano elementi primari e ineludibili del vivere; ma anche perché particolarmente legati agli eventi che raccontiamo. Allo stesso modo nella rappresentazione momenti di pura invenzione si alternano a momenti probabilmente vicini a quanto realmente avvenuto.

La scenografia è volutamente povera - sei valigie di legno che, variamente assemblate, cambiano la loro funzione diventando di volta in volta catafalco, tavoli e sedie, banchi di chiesa, tumuli, ecc. - nel tentativo di costruire una poetica che renda omaggio alla cultura dei nostri avi; a quei nostri nonni che, con nulla, riuscivano a dare, malgrado fatiche e difficoltà, un senso profondo alla vita. Un senso che, a volte, oggi, stentiamo a ritrovare.